12 Febbraio 2008 – 6 Adar Rishon 5768
CENTRO DI CULTURA EBRAICA
TAVOLA ROTONDA SULLA LAICITA’ E LA TUTELA DELLE MINORANZE RELIGIOSE
TRA FRANCA COEN, EMANUELE FIANO, ENRICO MODIGLIANI, BRUNO DI PORTO
LINEE DEL CONTRIBUTO DI BRUNO DI PORTO
La strada della laicità è stata lunga, difficile, complessa. Si inoltra in condizioni oggi certamente più facili nel mondo occidentale, liberale, democratico, mentre le condizioni restano impervie in molte parti del pianeta.
Il lungo percorso coincide con il volto della ragione nella storia della modernità, perché i precedenti premoderni,
prolungati anche fino a tempi recenti, sono molto diversi dal modo in cui noi la intendiamo.
La tradizione di laicità che viene rivendicata, in maniera costitutiva, all’Europa cristiana, e particolarmente cattolica, è effettiva, in confronto ad altre civiltà, sotto il profilo della distinzione tra potere religioso e potere politico, tra Stato e Chiesa (s’intende non nello Stato Pontificio), ma sul presupposto che anche lo Stato fosse cristiano. Si è basata quindi su un dualismo entro l’unità della compagine cristiana, peraltro con ingerenze e tutele intrecciate. Così è esemplarmente in Dante Alighieri con la teoria dei due soli, per non dire della concezione guelfa, privilegiante il polo della Chiesa. La stessa idea di tolleranza nacque su terreno cristiano, volendosi applicare tra le confessioni cristiane in lotta tra di loro, e la cosa non stupisce perché l’Europa era effettivamente cristiana, con l’eccezione degli ebrei, che dal loro stesso punto di vista, si ritenevano in esilio (Golah, Galut). I musulmani furono cacciati, al pari degli ebrei, dai
dominS iberici per l’ istanza di omogeneità religiosa cattolica.
Poiché non si riuscì, per le lotte infracristiane, a unificare l’Europa, si addivenne al compromesso del
cuius regio eius et religio, ma comunque in una logica cristiana europea.
L’Islam era un altro mondo, con cui si potevano avere rapporti politici, commerciali, culturali, ma senza ammetterlo come religione dotata di una cittadinanza in Europa.
Al di là della spartizione tra regnanti (cuius regio eius et religio) la più progredita cultura europea elaborò una rete di contatti e di relazioni, in ricerca di dialogo tra le aree delle diverse confessioni cristiane, all’insegna della Repubblica delle lettere e poi, come dicevo, propugnando la tolleranza. Esemplare l’Epistola sulla tolleranza di John Locke, pubblicata anonima, si badi bene, nel 1689, giustificandola e propugnandola da cristiano, con una interpretazione razionalistica ed etica del cristianesimo. Il filosofo inglese fece risaltare la pretesa tolleranza innata del cristianesimo, mettendola in contrasto con il soffocante legalismo ebraico e con la Torah che comandava di distruggere i santuari pagani. Egli tuttavia riconosceva che quelle norme riguardavano il popolo ebraico e la terra di Israele, non proponendosi l’ebraismo di convertire il mondo, e in conclusione accordava agli
ebrei i diritti civili, mentre aveva decise riserve verso i cattolici, che obbedivano ad un intollerante sovrano straniero, quale era il papa, e non accordava la tolleranza agli atei, negatori di Dio e quindi, si presumeva, dei cardini morali.
Mi sono soffermato su questo filosofo inglese per denotare la gradualità dell’idea di tolleranza, per non dire della libertà. L’idea si fece strada con il deismo, con l’illuminismo, con la massoneria, che funse da palestra di incontro tra cristiani e che gradualmente si aprì agli ebrei, con loro considerevole partecipazione. La tolleranza, per gli acattolici nell’Impero asburgico, divenne legge, nel 1782, con l’editto (Toleranzpatent) di Giuseppe II, che comportò una serie di concessioni e diritti, ma in corrispondenza anche obblighi, adeguamenti alla società circostante e diminuzioni di autonomia, in vista dell’integrazione, sicché da parte ebraica si manifestarono diversi atteggiamenti di fronte alla svolta. La corrente favorevole, grosso modo identificabile nel movimento illuministico della Haskalah, corrispose alla tolleranza europea con l’attitudine ad integrarsi (che non vuol dire assimilarsi) e con l’interpretazione tollerante, socievole, umanistica dell’ebraismo stesso: nell’educazione dei giovani (importante l’opera di Naftali Hartwig Wessely e di Eliahu Morpurgo), nella stampa (“Ha-MeasseF” e da noi, più tardi, la “Rivista Israelitica” di Parma), nei sermoni dei rabbini, non soltanto riformati. Notevole è, in proposito, nel 1845, il sermone sulla tolleranza religiosa del rabbino David Graziadio Viterbi, diletto allievo di Samuel David Luzzatto. Dalla tolleranza ci si spinse verso le ulteriori esigenze di libertà religiosa e di una laicità a più ampio raggio, capace di garantire da un lato la distinzione tra i princìpi religiosi e quelli della società civile, del diritto, della scienza, della scuola, della cultura, e per altro verso la convivenza di più religioni, con spazi di libertà per ciascuna. Si è altresì fatto strada, rispetto alla concezione giacobina o a quella accentuatamente laicistica, il criterio della non indifferenza dello Stato verso le esigenze delle religioni, poiché si è venuta considerando non solamente la sfera privata e il foro interiore della coscienza individuale, bensì anche la manifestazione collettiva e pubblica delle fedi, delle culture, dei valori; purché non divengano troppo invadenti, a danno delle altre componenti della società. La versione ebraica della riduzione della religione a fatto meramente privato era la formula Sii ebreo in casa e cittadino fuori di casa. Ora, si intende che si deve essere bravi ed equanimi cittadini, ma anche fuori di casa è lecito mostrarsi ebrei e l’accensione della Hanukkiah a piazza Barberini è, per fare un esempio, un segno di questa estroversione.
sono possibili soltanto lì dove le accompagna la libertà politica, cioè nella democrazia liberale.
Una certa laicità è ascritta anche a stati retti da regimi assolutistici, tanto che qualcuno rivendica come laici i regimi di Tito o di Saddam Hussein. Rilevante può essere per la nostra esperienza storica il modello napoleonico, che in parte giovò a noi ebrei in una fase storica. Ma, in effetti, la laicità vive davvero, in completezza, solo in regimi di libertà, perché in regimi assolutistici vige una preponderante religione politica dell’ideologia dominante ed un correlativo culto del capo, che con la sua costante pressione riduce le religioni propriamente dette, specialmente le minoranze, ad una circoscritta dimensione di culto, di gestione della ritualità, o magari si combina con un assolutismo interno degli organi che governano le confessioni riconosciute.
La vera, completa laicità si dimostra possibile solo in regimi di libertà, con un pluralismo politico, ideologico e
culturale, oltre che religioso, ed è frutto maturo della modernità. La sua fruizione si lega per noi ebrei all’emancipazione, all’integrazione, alla condivisione della logica liberale, della civiltà della ragione, dei moderni
valori dell’Occidente, che si cominciarono ad affermare con l’illuminismo. In questo contesto abbiamo dovuto elaborare l’equilibrio tra la modernità e il patrimonio della nostra tradizione. Credo che questo equilibrio dinamico sia possibile e fecondo, malgrado i rischi inerenti alla forte esposizione in una società non ebraica. Le
garanzie che a poco a poco, non senza drammatici regressi e faticosi riacquisti, la laicità ci ha offerto, sono il risvolto positivo di un processo, che per altro verso ha messo e mette tuttora in pericolo la nostra identità e tradizione. Di qui le tanto frequenti doglianze sulle conseguenze assimilazionistiche dell’emancipazione, che in realtà non erano fatali, non erano scontate, e sono dipese dalla scarsa capacità di tenuta intrinseca dei valori ebraici, dal venir meno del gusto e dell’orgoglio di essere ebrei in una parte di noi lungo le generazioni.
Bisognerebbe peraltro ricordare che lo stillicidio del deflusso avveniva per via di apostasie e conversioni anche nel passato, prima dell’emancipazione. Bisogna inoltre notare che altre minoranze sono cresciute e crescono in
regime di libertà, sicché chi decresce lo deve alla mancanza di propri anticorpi, ad una scarsezza di coscienza e conoscenza ebraica, talora a limiti o difetti di nostre strutture, specie nel nostro tempo, in cui credo che non ci si debba troppo lamentare quanto a libertà religiosa e a coefficiente di laicità.
Gli ebrei godettero la prima emancipazione nel periodo rivoluzionario francese (non venuta meno in Francia con la Restaurazione) e poi via via, nell’Occidente, lungo l’Ottocento. Il papato e la maggior parte della cultura cattolica furono aspramente contrari all’emancipazione delle minoranze, con incremento dell’antisemitismo dopo che è avvenuta, ma non dobbiamo dimenticare una componente cattolica liberale che ci fu favorevole, con nomi quali Gioberti, Lambruschini, Giorgini, Tommaseo.
Favorevole per principio fu la la democrazia repubblicana, a partire da Mazzini e Cattaneo. Pochi giorni fa, il 9 febbraio, si è celebrato l’anniversario della Repubblica Romana, la cui costituzione nei principi fondamentali affermava il godimento dei diritti civili e politici indipendentemente dalla credenza religiosa e dava altresì garanzie di indipendenza al capo della Chiesa cattolica per l’esercizio del potere spirituale. La soluzione del Risorgimento italiano non fu repubblicana, ma monarchica e gli ebrei, pur con un diffuso afflato mazziniano, hanno condiviso la fedeltà alla monarchia costituzionale, con molti apporti all’indipendenza ed alla crescita del paese.
Parecchi, nel godimento dell’emancipazione, diluirono la loro identità e consapevolezza ebraica, ma ci furono anche quelli che portarono nella trasformazione epocale una visuale ebraica, e tra loro non pochi rabbini. Ho ricordato prima Viterbi ed ora segnalo il rabbino piemontese Giuseppe Levi, fondatore e direttore del periodico “L’Educatore Israelita”, che nel 1863 pubblicò con l’editore Le Monnier uno studio intitolato
La teocrazia mosaica, dedicandolo alla memoria del conte di Cavour. In contrasto con il titolo, da lui stesso dato, egli negava che l’antico Israele fosse una teocrazia e lo presentava anzi Israele come modello di separazione tra il potere religioso e lo Stato, in quanto il sacerdozio era distinto dalla monarchia ed in quanto i sacerdoti non produssero
le leggi ma furono istituiti dalla legge. Non sto a giudicare quanto l’opera fosse anacronistica o a tesi, ma interessante è la tendenza a corrispondere dall’interno dell’ebraismo agli sviluppi dei rapporti tra lo Stato e la religione o le religioni.
La laicità del Regno d’Italia era, in effetti, limitata in partenza dall’articolo 1 dello statuto, che dichiarava il cattolicesimo romano religione dello Stato, qualificando le altre due minoranze storiche del nostro paese come culti ammessi.
Ma il progresso era evidente rispetto al passato e vi fu poi una evoluzione interpretativa, che migliorò la tutela delle minoranze, finché col fascismo si ricadde, invece, in un trattamento di inferiorità, contrappesato dalla legge del 1930, che soddisfò la classe dirigente ebraica e, nel complesso, le aspettative di allora. La riforma Gentile rese la scuola, specialmente nella fascia elementare, così confessionale da dovere le nostre comunità incrementare o creare, per riparo, le scuole ebraiche. Giuristi e pubblicisti ebrei seguirono gli andamenti del regno e finanche in piena epoca fascista piace ricordare Ugo Della Seta, che, al di là delle garanzie date con la legge del 1930, seppe denunciare la disuguaglianza di trattamento nella tutela delle minoranze e la potenzialità razzistica della relazione di Alfredo Rocco al nuovo codice penale, dove si definiva la nazione italiana una unità etnica, legata da vincoli di razza. Venne decisamente il peggio con le leggi razziali, che fecero degli ebrei non solo e non tanto una minoranza religiosa emarginata, ma una stirpe perseguitata, fino al genocidio.Il ritorno alla libertà ha significato non solo il riscatto dalla persecuzione e la fine della separazione razziale, ma anche il raggiungimento di migliori garanzie come minoranza religiosa. E’ vero che l’articolo 7 della Costituzione repubblicana confermò il Concordato con la Chiesa cattolica, deludendo le minoranze religiose, i cui rappresentanti vi si opposero (ricordo la battaglia parlamentare di Umberto Terracini e di Ugo Della Seta), ma l’articolo 8 stabilì, su proposta di Terracini e di Aldo Moro, che si sarebbe proceduto alle intese con le minoranze.
La nostra Intesa è stata stipulata nel 1987 ed è divenuta legge nel 1989. Intanto nel 1984 è avvenuta la modifica del Concordato, importante se non altro perché è venuto meno il principio della religione di Stato.
Frattanto, negli ultimi decenni, è mutato il panorama religioso del paese, facendosi molto più vario, per effetto dell’immigrazione e della circolazione delle idee e delle fedi, con un pluralismo culturale e religioso che va crescendo. Si va quindi estendendo e rafforzando l’esigenza di attenzione e di tutela verso le minoranze, insieme con l’esigenza della loro integrazione e accettazione di valori fondanti della società italiana e della democrazia.
Essendo la minoranza storica, che prima delle altre insieme con i valdesi, si è integrata nella società italiana, senza perdere la nostra peculiarità (parlo di quelli rimasti fedeli) noi ebrei possiamo essere di esempio a etnie e religioni approdanti a questi lidi. Utile e bella è la conoscenza reciproca nel dialogo interreligioso ed interculturale che si va sviluppando tra le minoranze e con i cattolici.
Penso che tutti apprezziamo l’attività della Tavola interreligiosa presso il Comune di Roma, dell’amica Franca Coen Eckert e le sue impegnate collaboratrici, tra cui è la mia cara nipote Anna Coen. Anch’io sono impegnato, rappresentando la Comunità ebraica di Pisa nella Consulta regionale toscana delle religioni e come membro fondatore del Centro interreligioso di Agliati e in altre sedi.
I musulmani costituiscono la presenza più cospicua e ormai la seconda religione del paese, molto variegata per diverse provenienze geografiche, per divisioni di indirizzi religiosi e culturali, per posizioni ideologiche e politiche. Le difficoltà derivanti dai rapporti con l’ala fondamentalistica dell’islam si acuiscono nelle relazioni con noi ebrei, come si è visto ultimamente per la mancata restituzione della visita al Tempio Maggiore e nella vicenda dell’invito di Israele alla Fiera torinese del libro. Vi sono in compenso buoni rapporti con l’ala ragionevole e moderata. Noi dobbiamo da un lato difenderci e contribuire a difendere la democrazia italiana da un bellicoso fondamentalismo islamico e dall’altro coltivare il dialogo e le buone relazioni con l’altra componente dell’islam, tanto più che vi sono punti di somiglianza tra le due culture e religioni, nonché motivi di comune difesa dalla xenofobia.
Auspicabile è, a mio avviso, a complemento delle intese, l’approvazione di una generale legge sulla libertà religiosa, fin qui molto ostacolata in parlamento e ritardata chissà a quando dalla chiusura anticipata della presente legislatura. Non stando paghi dell’intesa conseguita, tra le prime confessioni, come minoranza storica, radicata nel paese, al pari della Chiesa valdese, dobbiamo preoccuparci universalmente dell’estensione delle garanzie a tutte le fedi e tradizioni presenti.
Un problema spesso dibattuto è l’insegnamento religioso nelle scuole di Stato. Molti sostengono la sostituzione
dell’insegnamento confessionale della religione cattolica con una disciplina di storia delle religioni, che dovrebbe essere obbligatoria. Certamente è bene che in una società pluralistica si impartisca una conoscenza aconfessionale di tutte le religioni, e direi anche delle etiche non necessariamente religiose, ma non nascondo alcune preoccupazioni, che ho espresso in un volumetto a più voci edito da Le Monnier. Penso, infatti, si debba mettere in conto, come parte della previsione, il rientro dalla finestra dell’ispirazione confessionale uscita dalla porta, con l’aggravamento dell’obbligatorietà. Temo la presentazione dell’ebraismo fatta anche da altre visuali esterne. Temo inserimenti di attuali polemiche politiche. Temo presentazioni parziali ed univoche, finanche fatte
da ebrei. Del resto, se ci si deve limitare alla storia delle religioni, la si può, e già la si dovrebbe, inserire nella storia, che è davvero tale quando abbraccia l’intera problematica umana.
Studiai al Liceo la storia nel manuale di Giorgio Spini e come docente di storia, non ho mai trascurato gli aspetti religiosi. Se, poi, si deve affrontare la natura dei sentimenti e dei valori religiosi, come chiederebbe la Chiesa cattolica per concordare la sostituzione, l’insegnamento si fa ulteriormente complesso e delicato. In conclusione, su questo argomento, non dico che ci si debba opporre il giorno che si compia una tale innovazione, ma ci penserei nel sollecitarla. Né acuirei le polemiche con la richiesta pura e semplice dell’abolizione dell’insegnamento religioso, perché non è realistica, dipendendo esso da un accordo bilaterale e consensuale con la Chiesa cattolica. Se lo si supererà, sarà soltanto con sostituzione di un insegnamento, per il quale la Chiesa chiederà un nutrimento spirituale del senso religioso, che ha indubbiamente delle valenze universali, ma anche delle valenze speciali di ogni religione e cultura. Si entra in un ambito molto delicato e profondo, per il quale non so se si troveranno, nella scuola di massa, le competenze e sensibilità adatte. Penso specialmente alla fase primaria della scuola elementare e di base.
L’attuale insegnamento di religione cattolica, oltre a non coinvolgere alunni ebrei (a meno che le famiglie o gli studenti se ne avvalgano), è impartito da persone di varia levatura e visuale, ma non mancano tra di loro insegnanti preparati e sensibili, che dalla ovvia centralità cattolica sporgono verso la comprensione delle altre religioni, per i programmi stessi che lo contemplano. L’attuale insegnamento religioso riguarda comunque i cattolici perché i laici, per non dire gli appartenenti alle altre religioni, hanno il diritto di non avvalersene. Una soluzione alternativa alla sostituzione dell’insegnamento cattolico con l’insegnamento aconfessionale può essere il doppio binario, in coesistenza dei due insegnamenti, e, almeno in fase sperimentale, preferirei anche per il secondo la non obbligatorietà. Le riserve, che ho espresso, non sono aprioristiche e, se si arriverà al nuovo insegnamento aconfessionale sostitutivo dell’altro, vorrò sperare nel suo positivo sviluppo, dando un contributo di conoscenza e di dialogo, come parecchi di noi facciamo nelle relazioni interreligiose ed interculturali ed in appositi corsi didattici e destinati agli insegnanti. Credo vada riconosciuta, in proposito, ad ambienti cattolici una capacità di iniziativa interculturale e una promozione di dialogo interreligioso, anche come parte di una dialettica infracattolica.
Le questioni relative a certi diritti civili dividono non solo la confessione dominante dalle altre e dai laici, ma, per spartiacque di criteri etici, dividono gli stessi cattolici e gli stessi laici, e in parte lo stesso nostro ambito, come si è visto con la posizione assunta da rav Di Segni sulle unioni omosessuali e con il dibattito infraebraico che si è innescato.
A ben guardare, si possono infatti distinguere aspetti della laicità di sicura convenienza per la tutela delle minoranze religione, quando si limitano la preponderanza della confessione dominante e quando si ottengono dallo Stato delle misure che le sostengono e le agevolano, mettiamo per noi il rispetto del sabato, l’otto per mille, l’accesso alla comunicazione mediatica, l’assistenza religiosa nelle strutture pubbliche, la legge che punisce l’intolleranza razzista, e così via. Vi sono, invece, degli aspetti estensivi della concezione laica del mondo, che suscitano una problematica e una dialettica trasversale a tutte le appartenenze religiose, quando si investono questioni etiche e visioni della vita, che toccano variamente, a seconda delle interpretazioni e delle sensibilità, le varie fedi e tradizioni.
Si può altresì distinguere tra un interesse ebraico alla laicità per naturale difesa di minoranza, e, invece, una convinta condivisione della laicità come principio universale di valutazione, a prescindere dalla nostra logica di difesa, e si pone finanche il problema dell’applicazione della laicità all’interno della civiltà ebraica, tanto più tenendo conto che l’ebraismo, ormai per comune concezione, non si definisce esclusivamente in termini di religione bensì come una cultura ed un popolo, con diritto quindi di persone e di gruppi a potersi regolare in modi più articolati rispetto all’ortodossia halachica.
Una pietra di paragone è, a tale riguardo, la valutazione del grado di laicità, in effetti carente, per rilevanti aspetti, nello Stato di Israele, cioè nella realtà che ci sta molto a cuore e da cui traiamo linfa per il rafforzamento della nostra identità. Lo dico da appassionato sostenitore del legame con Israele e delle ragioni di Israele, in un contesto internazionale assai preoccupante. Un’altra e più vicina pietra di paragone è la valutazione del pluralismo entro l’ebraismo italiano, per l’unità articolata della nostra compagine. So, per profonda esperienza, come esponente dell’ebraismo progressivo, quanto questo tasto sia delicato e vorrei che almeno ci si sforzasse di conoscersi meglio tra correnti e scuole di pensiero dell’ebraismo contemporaneo, con quella attitudine di tolleranza che fu e resta il primo stadio nell’acquisizione della libertà e della parità. Il rabbino Viterbi, nel sermone di cui parlavo, da saggio custode della tradizione, in presenza di trasformazioni e fermenti, invocava la tolleranza religiosa anche e specialmente all’interno dell’ebraismo.