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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di bet (del 22/01/2010 @ 15:48:49, in Dialogo, è stato letto 24 volte)
Luigi Tosti nel 2005 era stato condannato a 7 mesi di carcere, poi prosciolto
Csm: rimosso il giudice anti-crocifisso
Durissima sanzione a Tosti per il suo rifiuto di tenere udienze in aule giudiziarie con il simbolo cristiano
Leggi l'articolo qui(fonte: http://www.corriere.it)
Di bet (del 11/12/2009 @ 13:33:09, in Tradizione, è stato letto 56 volte)
Felice Hanukkah a tutti !
Di bet (del 23/06/2009 @ 18:53:37, in Noachismo, è stato letto 155 volte)
di Angelo Palego
Abstract: Il ritrovamento dell'arca del famoso diluvio universale grazie alle indicazioni trovate nella Bibbia, che indica il punto preciso dove sarebbe ubicata. La presenza del legno ritrovato sull'Ararat non è spiegabile se si tiene in considerazione l'assoluta mancanza di alberi nella montagna, e che la quota delle nevi perenni è a 400 m. Ad avvalorare l'ipotesi, la dichiarazione del professor Nello Balossino (colui che ha identificato le monete sulle arcate sopraciliari dell'uomo raffigurato dalla Sindone, e ha anche analizzato il video di Roswell mostrandone la falsità). Note Autore: Angelo Palego, marchigiano d'origine, piemontese d'adozione, è un sagace ed appassionato studioso della Bibbia; ha lasciato una splendida carriera tecnico-scientifica ed è a guida di un gruppo, il Noahsark Team, che sta dando il meglio di sè per il trionfo della verità. Conosciutissimo nell'ambiente giornalistico, l'Autore ha vissuto la più elettrizzante delle esperienze che si possano immaginare: la localizzazione dell'Arca di Noè, prima ancora che sull'Ararat, sulla Bibbia, con l'ausilio di una foto scattata dal satellite "Lancet" da 840.000 metri d'altezza. Le spedizioni effettuate da questo gruppo sono servite solo a confermare con matematica precisione ciò che Palego aveva già scoperto nella Bibbia. Con la pubblicazione di quest'opera, il mondo intero è posto di fronte ad una realtà sconvolgente: il diluvio universale, con le acque al di sopra delle montagne più alte allora esistenti. il suo sito web: http://www.noahsark.it/
Di bet (del 23/06/2009 @ 15:30:51, in Tradizione, è stato letto 169 volte)
19 giugno 2009 , ore 20:46
Roma - (Adnkronos) - Il Patriarca ortodosso d'Etiopia Abuna Pauolos conferma quanto anticipato due giorni fa dall'Adnkronos: ''Ripeto l'Arca dell'Alleanza è in Etiopia e nessuno di noi sa per quanto tempo ancora. Solo Dio lo sa. Non sono qui per dare delle prove che l'Arca sia in Etiopia, ma sono qui per dire quello che ho visto''
Roma, 19 giu. - (Adnkronos) - "L'Etiopia è il trono dell'Arca dell'Alleanza. L'Arca dell'Alleanza è stata in Etiopia per 3.000 anni e adesso è ancora lì e con la volontà di Dio continuerà ad essere lì. E' per via del miracolo che è arrivata in Etiopia". Il Patriarca della Chiesa ortodossa d'Etiopia Abuna Pauolos conferma quanto aveva anticipato due giorni fa dall'ADNKRONOS. Lo fa in una conferenza stampa tenutasi all'Hotel Aldrovandi a Roma, cui ha partecipato anche il principe Makonnen Haile Selassie, nipote dell'imperatore. "L'ho vista con senso di umiltà, non con orgoglio, come quando si va in chiesa. E' la prima volta -ha proseguito il Patriarca Pauolos- che dico questo in una conferenza stampa. Ripeto l'Arca dell'Alleanza è in Etiopia e nessuno di noi sa per quanto tempo ancora. Solo Dio lo sa".
"Tutto quello che si trova nell'Arca -ha spiegato il Patriarca rispondendo alla curiosità dei cronisti- è descritto perfettamente nella Bibbia. Lo stato di conservazione è buono perché non è fatta da mano d'uomo, ma e' qualcosa che Dio ha benedetto". "Ci sono molti scritti e prove evidenti sulla presenza dell'Arca in Etiopia. Non c'è ragione perché qualcuno pretenda di affermare di avere qualcosa che non ha -ha precisato il Patriarca-. Non sono qui per dare delle prove che l'Arca sia in Etiopia, ma sono qui per dire quello che ho visto, quello che so e che posso testimoniare. Non ho detto che l'Arca sarà mostrata al mondo. E' un mistero, un oggetto di culto".
Il Patriarca Pauolos ha anche parlato della costruzione di un museo ad Axum, una struttura che dovrà accogliere e conservare i tesori costruiti per secoli e secoli ad Axum. Nel museo, finanziato dalla fondazione del principe e che dovrebbe essere costruito entro due anni, potrebbe essere collocata anche l'Arca dell'Alleanza, ma per questo ha spiegato Abuna Pauolos "c'e' bisogno di una decisione che spetta al Santo Sinodo, l'istanza suprema della Chiesa ortodossa etiope". Il patriarca Pauolos, presidente del G8 delle Religioni, ha preso parte dal 16 al 18 giugno al G8 delle religioni che si e' tenuto tra Roma e L'Aquila. Poi ieri il Patriarca e' stato invitato dalla comunita' di Sant'Egidio dove ha partecipato a una giornata di studio sulla storia religiosa d'Etiopia, e sempre ieri ha incotrato in Vaticano il Pontefice Benedetto XVI.
"Nell'incontro in Vaticano Benedetto XVI e il Patriarca hanno discusso di molte cose e sua Santità ha rivolto al Patriarca l'invito a tornare a ottobre", ha precisato il principe Makonne Haile Selassie.
Di bet (del 28/05/2009 @ 15:07:13, in Tradizione, è stato letto 143 volte)
Benedetto XVI al Mausoleo di Yad Vashem (Gerusalemme, 11 maggio 2009)
VISITA AL MEMORIALE DI "YAD VASHEM" DI JERUSALEM
Lasciato il Palazzo Presidenziale di Jerusalem, Benedetto XVI si reca in auto al Memoriale di "Yad Vashem", monumento alla Memoria dell’Olocausto, contenente alcune urne con le ceneri di vittime dei vari campi di concentramento. Al Suo arrivo - alle ore 17.45 - il Santo Padre è accolto dal Presidente e dal Direttore del Centro, quindi percorre a piedi il perimetro del Memoriale per raggiungere la Sala della Rimembranza. Qui, alla Presenza del Presidente dello Stato di Israele, Shimon Peres, dello Speaker del Knesset, Reuven Rivlin, e del Presidente del Consiglio di "Yad Vashem", Rabbino Israel Meir Lau, ha luogo la Memorial Ceremony, nel corso della quale il Papa accende la fiamma perpetua e depone una corona di fiori. Subito dopo il Santo Padre incontra 6 sopravvissuti all’Olocausto, quindi - prima di concludere la visita con la Firma sul Libro d’Onore del Memoriale di "Yad Vashem" - rivolge ai presenti il discorso che pubblichiamo di seguito:
DISCORSO DI BENEDETTO XVI
"Io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome… darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato" (Is 56,5).
Questo passo tratto dal Libro del profeta Isaia offre le due semplici parole che esprimono in modo solenne il significato profondo di questo luogo venerato: yad – "memoriale"; shem – "nome".
Sono giunto qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo monumento, eretto per onorare la memoria dei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah.
Essi persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro nomi: questi sono stabilmente incisi nei cuori dei loro cari, dei loro compagni di prigionia, e di quanti sono decisi a non permettere mai più che un simile orrore possa disonorare ancora l’umanità. I loro nomi, in particolare e soprattutto, sono incisi in modo indelebile nella memoria di Dio Onnipotente.
Uno può derubare il vicino dei suoi possedimenti, delle occasioni favorevoli o della libertà. Si può intessere una insidiosa rete di bugie per convincere altri che certi gruppi non meritano rispetto. E tuttavia, per quanto ci si sforzi, non si può mai portar via il nome di un altro essere umano.
La Sacra Scrittura ci insegna l’importanza dei nomi quando viene affidata a qualcuno una missione unica o un dono speciale. Dio ha chiamato Abram "Abraham" perché doveva diventare il "padre di molti popoli" (Gn 17,5). Giacobbe fu chiamato "Israele" perché aveva "combattuto con Dio e con gli uomini ed aveva vinto" (cfr Gn 32,29). I nomi custoditi in questo venerato monumento avranno per sempre un sacro posto fra gli innumerevoli discendenti di Abraham.
Come avvenne per Abraham, anche la loro fede fu provata. Come per Giacobbe, anch’essi furono immersi nella lotta fra il bene e il male, mentre lottavano per discernere i disegni dell’Onnipotente.
Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!
La Chiesa Cattolica, impegnata negli insegnamenti di Gesù e protesa ad imitarne l’amore per ogni persona, prova profonda compassione per le vittime qui ricordate. Alla stessa maniera, essa si schiera accanto a quanti oggi sono soggetti a persecuzioni per causa della razza, del colore, della condizione di vita o della religione – le loro sofferenze sono le sue e sua è la loro speranza di giustizia.
Come Vescovo di Roma e Successore dell’Apostolo Pietro, ribadisco – come i miei predecessori – l’impegno della Chiesa a pregare e ad operare senza stancarsi per assicurare che l’odio non regni mai più nel cuore degli uomini. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio della pace (cfr Sal 85,9).
Le Scritture insegnano che è nostro dovere ricordare al mondo che questo Dio vive, anche se talvolta troviamo difficile comprendere le sue misteriose ed imperscrutabili vie. Egli ha rivelato se stesso e continua ad operare nella storia umana. Lui solo governa il mondo con giustizia e giudica con equità ogni popolo (cfr Sal 9,9).
Fissando lo sguardo sui volti riflessi nello specchio d’acqua che si stende silenzioso all’interno di questo memoriale, non si può fare a meno di ricordare come ciascuno di loro rechi un nome. Posso soltanto immaginare la gioiosa aspettativa dei loro genitori, mentre attendevano con ansia la nascita dei loro bambini. Quale nome daremo a questo figlio? Che ne sarà di lui o di lei? Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbero stati condannati ad un così lacrimevole destino!
Mentre siamo qui in silenzio, il loro grido echeggia ancora nei nostri cuori. È un grido che si leva contro ogni atto di ingiustizia e di violenza. È una perenne condanna contro lo spargimento di sangue innocente. È il grido di Abele che sale dalla terra verso l’Onnipotente. Nel professare la nostra incrollabile fiducia in Dio, diamo voce a quel grido con le parole del Libro delle Lamentazioni, così cariche di significato sia per gli ebrei che per i cristiani:
"Le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie; Si rinnovano ogni mattina, grande è la sua fedeltà; «Mia parte è il Signore – io esclamo –, per questo in lui spero». Buono è il Signore con chi spera in lui, con colui che lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore" (3,22-26).
Cari Amici, sono profondamente grato a Dio e a voi per l’opportunità che mi è stata data di sostare qui in silenzio: un silenzio per ricordare, un silenzio per sperare.
© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
Di bet (del 28/05/2009 @ 15:01:07, in Tradizione, è stato letto 152 volte)
Una lettera aperta al Papa
di Rabbi Shear Yashuv Cohen
In occasione della sua visita in Israele (8-15 maggio 2009) vorrei cogliere questa occasione per darle il benvenuto, onorevole ospite, Papa Benedetto XVI.
Prego che lei continui l'opera iniziata dal suo predecessore, Giovanni XXIII e da Giovanni Paolo II, ed esprima la sua amicizia per il popolo ebraico e lo Stato di Israele. Vedo nella sua visita in Terra Santa una dichiarazione che attesta la sua intenzione di continuare una politica ed una dottrina che si riferisce al mio popolo come ai "nostri fratelli maggiori" e al "popolo scelto da Dio", con il quale Egli è entrato in una eterna alleanza. Abbiamo molto apprezzato questa dichiarazione. Vi è una lunga, dura e dolorosa storia del rapporto tra la nostra gente, la nostra fede, e la Chiesa cattolica e la sua leadership - una storia di sangue e lacrime. È difficile parlare di questa relazione senza ricordare i secoli della persecuzione degli ebrei da parte della Chiesa. Ma una nuova era è stata inaugurata con la cancellazione della teoria della sostituzione. Nel Concilio Vaticano II e nel documento Nostra Aetate, è stato chiarito che non sarebbero stati più compiuti dalla Chiesa cattolica sforzi per convertire gli ebrei.
Piuttosto, il popolo ebraico deve continuare la fede dei suoi antenati, come espresso nella Bibbia e nella letteratura rabbinica. Il popolo ebraico resta un popolo del patto di Dio, un popolo scelto da Dio per dare al mondo la Bibbia.
In parole povere, la Chiesa cattolica ha accettato il principio teologico che gli ebrei non hanno bisogno di cambiare la loro religione per meritare la redenzione. Spero che lei avrà la possibilità, durante la sua visita in Israele per ribadire questo fatto. Nel nostro incontro a Roma il mese scorso, lei mi ha assicurato che nessun negazionista dell'Olocausto può essere un membro della Chiesa. Lei ha anche parlato di come, in istituti educativi cattolici di tutto il mondo, l'antisemitismo sarà presentato come un crimine contro Dio e contro l'uomo e che verrà denunciata la negazione della Shoah. Mi auguro ora di ottenere il suo aiuto in qualità di leader religioso - così come l'aiuto di tutto il mondo libero - al fine di proteggere, difendere e salvare Israele, l'unico Stato sovrano del "popolo del libro" dalle mani dei suoi nemici.
Sono certo che si intende utilizzare questo viaggio per ribadire questi punti in pubblico e dimostrare la sua sincerità in un momento in cui l'esposizione mediatica è alta e gli occhi del mondo sono su di lei. Dio le ha dato una opportunità unica. Vorrei concludere con la preghiera, con le celebri parole prese dalla profezia del profeta Isaia, per quanto riguarda i giorni a venire: "E la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli... Essi non danneggeranno né distruggeranno il mio monte santo: perchè la terra è piena della conoscenza del Signore, come le acque del mare". (Isaia 11:6-9) Possiamo essere benedetti dal farla avverare nei nostri giorni. Amen!
Lo scrittore è rabbino capo di Haifa e co-presidente della Commissione bilaterale del Rabbinato capo di Israele e la Santa Sede.
Copyright Jerusalem Post - 11 maggio 2009
Di bet (del 24/05/2009 @ 16:42:11, in Noachismo, è stato letto 103 volte)
Il noachismo vuole essere un messaggio universale destinato all'umanità tout court, e perciò capace come tale di attraversare le credenze e le mille appartenenze, per raggiungere tutti gli uomini in quanto «figli di Noè». Sui figli di Noè cade la responsabilità dell'osservanza di un insieme di precetti fondamentali per la costituzione e il mantenimento di una società dal volto umano e civile. Il numero canonico dei precetti noachici è sette: uno positivo, che ordina di nominare giudici e di istituire tribunali, e sei negativi, che proibiscono l'idolatria, la blasfemia, i rapporti sessuali illeciti, l'omicidio, il furto, e infine lo smembramento di un animale vivo per cibarsene.1
La dottrina noachide è stata conservata, codificata e trasmessa dai maestri della tradizione religiosa di Israele.2
***
Esistono gojim buoni e cattivi, timorati di Dio e pagani, eretici propri e altrui, seguaci di molte religioni. Si discute invece se noachidi e noachismo siano stati nella storia una realtà o una finzione.3 È comunque evidente come il tema perda subito il suo carattere virtuale, o di scuola, quando ci si chiede se e come il noachismo abbia avuto come sua possibile manifestazione storica la religione cristiana o la religione musulmana. Dopo tutto, entrambe le religioni si vogliono universali.
Scopo del presente studio è quello di verificare la consistenza noachide dell'universalismo cristiano e musulmano. Di vedere se e come queste due religioni rispondano o meno ai parametri di una tale dottrina.
1. Noachismo e cristianesimo
Il trattato rabbinico sull'idolatria (avodah zarah) proibisce agli ebrei di contribuire in modo alcuno alle celebrazioni idolatriche dei pagani. È in questo contesto che R. Ishmael interdice il commercio con quelli tre giorni prima e tre giorni dopo le loro feste:
Rabbi Ishmael ha detto: Tre giorni prima di quelle e tre giorni dopo di quelle è proibito. Ma i maestri dicono: Prima di quelle è proibito, dopo di quelle è permesso. (mAvodah Zarah 1, 2)
L'opinione di R. Ishmael è minoritaria. Essa si scontra con l'opinione dei suoi colleghi rabbini. Si tratta chiaramente di una posizione isolazionista. Le implicazioni del suo insegnamento verranno successivamente esplicitate in contesto cristiano da Shmuel, le cui parole sono riportate da un amorà babilonese della seconda generazione:
Rav Tachlifa bar Avdimi ha detto: Shmuel ha detto: Il primo giorno [della settimana], secondo le parole di R. Ishmael, è sempre proibito. (bAvodah Zarah 7b) 4
Se il primo giorno della settimana, cioè la domenica dei cristiani, è un giorno sempre proibito in quanto festivo e idolatrico, ne consegue che la proibizione di commerciare tre giorni prima e tre giorni dopo equivale a proibire il commercio con loro durante l'intera settimana, cioè sempre. I commentatori medioevali e moderni così hanno inteso la glossa di Shmuel alle parole di R. Ishmael.5 Da allora l'ebraismo si è sempre espresso criticamente in modo univoco e costante sul cristianesimo. Saadia Gaon lo ha trattato come eresia nel suo celebre Emunot ve-de'ot (Credenze e opinioni).6 Mentre, come è noto, sarà soprattutto l'autorevolissimo Maimonide ad applicare lo stigma indelebile dell'idolatria ai seguaci della religione cristiana:
I cristiani sono assolutamente idolatri e la domenica è il loro santo giorno. (Hilkhot Avodah Zarah 9, 3 -- versione non censurata) 7
Per quanto il cristianesimo venisse considerato una forma di idolatria dalle autorità rabbiniche medioevali, certi allentamenti sul piano normativo si resero necessari a motivo delle esigenze e dei bisogni legati a una mutata situazione economica e sociale. Si giustificò la vendita ai non-ebrei (nokhrim) di animali di grossa taglia per evitare perdite ai commercianti ebrei su un mercato divenuto comune.8 L'interdipendenza economica delle rispettive comunità rese infatti necessarie, spesso a posteriori, certe facilitazioni di carattere puntuale. In circostanze e tempi particolari vennero dunque (ri) negoziate le precedenti restrizioni talmudiche relative ai rapporti coi gentili. Per esempio, si arrivò in questo modo a permettere coi cristiani uno scambio commerciale già comunemente praticato anche nei loro giorni di festa, una volta però stabilito che gli interessi cristiani non fossero riconducibili all'idolatria, ma bensì all'ottenimento di benefici puramente materiali.9 Nonostante tali adattamenti, il giudizio sul cristianesimo e i cristiani restava tuttavia invariato. Dopo tutto, se il vino dei cristiani, proprio come quello dei musulmani, venne proibito agli ebrei come oggetto di consumo e non come oggetto commerciale,10 la conversione al cristianesimo mai però fu permessa agli ebrei, contrariamente alla conversione all'islam,11 anche a costo della loro vita (qiddush ha-shem). La gravità dell'idolatria è infatti tale che si dovrebbe dare la vita piuttosto che trasgredire la sua interdizione:
Se si dicesse a un uomo trasgredisci e che tu non sia ucciso, che trasgredisca e non sia ucciso, eccetto per l'idolatria, la fornicazione e l'omicidio. (bSanhedrin 74a)
***
Finché il cristianesimo è considerato una forma di avodah zarah non può certo rappresentare una manifestazione storica del noachismo. L'idolatria è una delle interdizioni noachidi. Un tale stigma sembra sia stato però cancellato da R. Menachem HaMeiri. Il problema è che nessuno prima di lui né dopo di lui avrebbe sostenuto una tale tesi. Pure il fatto che la sua opera non sia entrata nel tradizionale curriculum studiorum delle generazioni passate è a volte impugnato come un argomento per limitarne l'autorevolezza.12
Sulla glossa di Shmuel precedentemente citata, egli afferma:
A proposito dell'affermazione: Un notzrì [cristiano] è sempre proibito, io spiego il termine notzrì come derivato dal nome Nevuchad-netzar. Esso si riferisce ai Babilonesi, come nel versetto: «Notzrim vengono da un paese lontano» (Ger 4, 16). È noto che il sole fosse l'idolo di Babilonia e fosse adorato da tutta la nazione di Nevuchadnetzar. Il primo giorno della settimana è il giorno del sole, e perciò fu chiamato il giorno del notzrì, poiché era dedicato a Nevuchadnetzar, essendo governato dal sole». (Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Avodah Zarah 6a)
Secondo Menachem HaMeiri, la proibizione non concerne i cristiani del suo tempo, il xiii secolo, ma quei notzrim dell'epoca ormai lontana di Nabucodonosor (Nevuchadnetzar); non dunque i suoi conterranei, cioè i cristiani della regione di Perpignan, ma gli abitanti dell'antica Babilonia. L'idolatria sarebbe cosa del remoto passato.13
A questo primo criterio che introduce la differenza tra le antiche nazioni idolatriche e quelle non idolatriche del suo tempo, ne segue un secondo. È anzi opinione diffusa tra gli studiosi che sia questo secondo criterio a caratterizzare al meglio la posizione di Menachem HaMeiri, il quale lo avrebbe prima enunciato e poi seguito in modo sistematico, rendendo così superflue le molteplici e contingenti giustificazioni degli altri posqim.
Il criterio è il seguente:
Coloro che siano di quei popoli definiti dai modi della religione (hagedurim be-darkhei ha-dat) e che servono Dio in qualunque modo, anche se la loro credenza è lontana dalla nostra credenza, non rientrano in questa regola [relativa agli idolatri], ma essi sono [da considerare] come Israele in tali cose, anche in rapporto a un oggetto perduto14 (Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Baba Qamma 113b)
Se dunque il cristianesimo non è avodah zarah, è perché i suoi seguaci sono ora «definiti dai modi della religione» (gedurim be-darkhei ha-dat). Tra i due criteri il nesso è causale. «Le nazioni che non sono idolatriche sono quelle che sono definite dai modi della religione».15 Lo storico Katz ha attribuito la specificità di Menachem HaMeiri a una precisa posizione filosofica che starebbe a monte, come un vero e proprio a priori, alle sue decisioni in materia di halakhah.16 Il suo non fu dunque un giudizio di mera opportunità o convenienza. La religione fu per lui un positivo fattore di civiltà.
Tuttavia, è lo stesso Katz a registrare le esitazioni di Menachem HaMeiri sul commercio di oggetti direttamente legati al culto cristiano.17 Esitazioni che Katz attribuisce al suo disagio psicologico nei confronti di un mondo religioso estraneo all'ebraismo e al quale quegli oggetti -- candele, pani e paramenti sacerdotali -propriamente appartengono.18 Esse sarebbero la conseguenza insomma di un vero e proprio dissidio tra una sensibilità rimasta tradizionale -- per la quale il cristianesimo è ciò che è sempre stato per gli ebrei: avodah zarah -- e l'innovazione razionale. Dunque, tra affettività e intelletto.
Tra memoria e storia.
***
Il dossier sulla posizione di R. Menachem HaMeiri nei confronti delle religioni (rivelate) in generale, del cristianesimo e dei cristiani in particolare, è stato di recente riconsiderato. Egli più «non afferma che il cristianesimo del suo tempo non sia avodah zarah, ma che è avodah zarah ne'orà [una forma di idolatria illuminata]».19 La trasgressione dei cristiani all'interdizione noachide rimarrebbe dunque tale, pur non essendo comparabile con quella di una volta o con quanto ancora accade agli estremi confini della terra, poiché la religione cristiana è essa stessa inconfondibile con l'antico e primitivo culto, idolatrico e superstizioso, di divinità, astri e talismani.
Esse, le antiche nazioni, che non erano definite dai modi delle religioni (gedurot be-darkhei ha-datot), erano devote e perseveranti nel servizio degli dèi e delle stelle e dei talismani. Tutto ciò e quello che ne consegue sono i principi dell'avodah zarah, come abbiamo spiegato. (Menachem HaMeiri, Bet ha-bachirah, Avodah Zarah 26a)
In questo senso la religione cristiana appare in sè stessa come una forma indebolita di idolatria.20 Si è inoltre osservato come già la stessa formula impiegata da questo maestro provenzale -- gedurim be-nimusei ha-datot; gedurim be-darkhei ha-datot we-nimusehen -- metta in risalto, della religione (dat), l'importanza che hanno per lui le leggi e i costumi (nimusim). Sottolineate non sono dunque le credenze e le dottrine, quanto piuttosto le azioni (ma'asim) e le virtù (middot), sia morali sia umane, del credente.
E già si è chiarito che tali cose sono state dette di quegli stessi tempi in cui le nazioni erano idolatriche, sudicie nelle loro azioni (ma'asehem) e degradate nelle loro virtù (middotehem), come è in parte detto: Non farete come ha fatto il paese d'Egitto, ove avete abitato, e come ha fatto il paese di Canaan (Lv 18, 3). Ma le restanti nazioni che sono definite dai modi delle religioni e che sono indenni da quelle sozzure, e che anzi le puniscono, è indubitabile che tali cose non abbiano posto a loro riguardo, come abbiamo spiegato. (?)
Si è perciò detto che Menachem HaMeiri faccia in questo modo dipendere la novità della sua posizione «dal mutamento che i gojim hanno attraversato sul piano del miglioramento delle virtù (middot), e non delle loro concezioni o del loro culto religioso».21 L'argomento è interessante proprio perché attribuisce a questo maestro un discorso che vuole distinguere sotto il profilo del discernimento filosofico tra il piano morale e il piano religioso. Se una volta, come il Talmud lo testimonia, idolatria e immoralità erano tutt'uno, ora era invece possibile scinderle tra loro. La novità introdotta da Menachem HaMeiri sarebbe dunque soprattutto questa, di avere sciolto il nodo che stringeva tra loro idolatria e comportamento morale e sessuale reprensibile.22 Di avere colto in questo modo il progresso morale e civile espresso dalla civiltà cristiana del suo tempo, così da non confonderla con l'antica civiltà pagana.
Menachem HaMeiri equipara i popoli evoluti alla categoria biblica dello «straniero residente» (ger toshav), cioè di colui che assume (formalmente) l'osservanza dei sette precetti dei figli di Noè.23 Cambia infatti il rapporto con coloro che osservano i precetti noachici, come cambia con coloro che sono definiti dai modi della religione. È per questo che l'omicidio di un noachide da parte di un figlio di Israele è punito, contrariamente a quanto si afferma nella Tosefta.24 Un noachide non è un goj, come non lo è un cristiano o un musulmano. Ma un cristiano resta tuttavia un idolatra, per quanto illuminato.
***
Eppure, spesso citata e assai influente è l'idea che il cristianesimo non contraddica le leggi noachidi, idea che sembra dovuta al commento di Rabbenu Tam al passaggio talmudico seguente:
Il padre di Shmuel ha detto: È proibito all'uomo la partnerships con il non-ebreo, forse dovrà pronunciare un giuramento, e lo pronuncerà sulla sua avodah zarah, mentre la Torah dice: Non si senta sulla tua bocca (Es 23, 13). (bSanhedrin 63b)
Si suppone che un ebreo non solo non debba lui stesso non pronunciare il nome di altri dèi, ma che non induca neppure l'altro, il non-ebreo, a pronunciarlo. Per questo motivo si deve evitare ogni forma di associazione negli affari, affinché un ebreo non venga a trovarsi in una situazione di crisi che richieda il giuramento del suo partner non-ebreo. A commento di questo passaggio, Rabbenu Tam osserva:
È possibile ricevere da quello il giuramento prima che ci rimetta [...] In ogni modo, in questo tempo tutti giurano sui loro santi senza trovarli divini. E anche se con quelli essi menzionano il nome celeste pur intendendo altra cosa -- in ogni modo non è questo nome avodah zarah. La loro mente è infatti rivolta al Creatore. E anche se associano (shittuf) il nome celeste a un'altra cosa non abbiamo trovato che sia proibito causare una tale associazione agli altri. E non si applica: Davanti al cieco (Lv 19, 14), poiché questo non è stato proibito ai figli di Noè. (ad loc., tosafot: asur la adam she-ja'aseh shutafut)
Ai figli di Noè non sarebbe interdetto di associare al nome di Dio il nome di un altro, in occasione di un giuramento. Rabbenu Tam giustifica in questo modo la pratica del suo tempo, in cui la proibizione talmudica era ignorata e gli ebrei conducevano gli affari in comune coi cristiani. Un eventuale giuramento non implicava alcun rischio: associare al nome di Dio il nome di Gesù non era loro interdetto. Ma i commentatori successivi estrapolarono l'intenzione di Rabbenu Tam e ne estesero la portata assai oltre il suo contesto legale, tecnico e formale, al punto da ritenere infine compatibili tra loro noachismo e cristianesimo.25 Essi fraintesero Rabbenu Tam, come se questi avesse sostenuto «che una credenza nella trinità e nell'incarnazione, da parte di un noachide, non fosse idolatria, risultando in una nuova halakhah secondo la quale il cristianesimo sarebbe idolatria per gli ebrei mentre non sarebbe tale per i cristiani».26 La controversia sulle reali intenzioni di Rabbenu Tam e sulla comprensione dell'idea di shittuf impegnerà maestri importanti della tradizione ebraica: R. Nissim di Gerona (Ran), R. Moshè Isserles (Rema), R. Ezekiel Landau, R. Yaakov Emden, R. Elia Benamozegh, sono alcuni tra i tanti. La compatibilità o meno tra noachismo e cristianesimo interessa a questo punto la stessa dottrina e non più la morale. In ogni caso, l'idea che un cristiano non commetta offesa contro le leggi noachidi con la sua fede nella trinità e nell'incarnazione rappresenta il limite oltre il quale nessun ebreo vuole andare. Poiché nessuno tra i maestri dell'halakhah è pronto a spingersi tanto lontano da affermare che il cristianesimo si possa considerare un puro monoteismo: a belief in a triune God. «Al massimo, i maestri dell'halakhah sono pronti a riconoscere il cristianesimo come una fede non-idolatrica per i gentili».27 Ma la cosa in realtà non cambia nella sostanza anche una volta lasciata la scuola talmudica per l'accademia:
L'outsider vede le tre persone nella divinità come sufficientemente indipendenti per trasformare la storia in una narrativa idolatrica, mentre l'insider, anche se li vede come tre persone, tuttavia guarda a loro come a tre drammatici ruoli interpretati da un attore solo.28
Dunque, il cristianesimo come religione proibita agli ebrei e permessa ai gojim. Una politica che ha tutta l'aria di una concessione fatta ai cristiani e sulla quale aleggia pure il sospetto di trarre origine da una passata incomprensione. Del resto, l'alternativa è di chi lo considera ancora oggi avodah zarah. Per ebrei e gentili. Idolatria, tout court.
2. Noachismo e islam
L'attualizzazione operata da Maimonide nel suo Commento alla Mishnah estende ai cristiani suoi contemporanei le proibizioni relative ai pagani di un tempo:
Tutti loro [i cristiani] sono idolatri e le loro feste sono proibite... E il primo giorno della settimana è incluso nelle feste dei gojim... Si deve sapere che ogni città tra le città della nazione cristiana avente una bima, una casa di preghiera che è una casa di idolatria senza dubbio alcuno, in tale città è proibito passare intenzionalmente e a fortiori abitarci... (Maimonide su mAvodah Zarah 1, 3-4)
Secondo Blidstein, l'assenza di ogni riferimento ai musulmani e alle loro città nell'attualizzazione operata da Maimonide non si spiegherebbe con un'esigenza di rispetto per il dato cronologico. La letteratura rabbinica ignora infatti la religione musulmana che le è posteriore. In realtà, l'assenza di un esplicito riferimento alla religione musulmana nel commento maimonideo sarebbe intenzionale e conforme alla sua diversa valutazione delle due religioni: il cristianesimo è idolatria; l'islam non è idolatria.29 Maimonide si esprime chiaramente in questo senso e il suo giudizio autorevole si caratterizza per l'ampiezza della visione che suppone sui rapporti tra ebrei e credenti di altre religioni. Egli equipara lo statuto del vino del ger toshav a quello degli ismaeliti considerati come «idolatri che non servono l'idolatria».30 Ma è soprattutto nella sua risposta a Obadiah, musulmano convertitosi all'ebraismo, che Maimonide si esprime in modo articolato sull'islam:
Gli ismaeliti non sono affatto idolatri e [l'idolatria] già è stata recisa dalle loro labbra e dal loro cuore, ed essi attribuiscono a Dio l'unità come conviene, unità su cui non esiste dubbio, e non perché essi mentono su di noi e ci vilipendiano, e dicono che noi andiamo dicendo che Dio abbia un figlio, noi mentiremo su di loro e diremo che essi sono idolatri [...] E se qualcuno dice che la casa che essi onorano è casa dell'idolatria, e che l'idolatria è al suo interno, quella che i loro padri hanno venerato, in questo che c'è? Quelli che oggi si prosternano a quella hanno il loro cuore rivolto verso il cielo [...] Così è oggi per gli ismaeliti tutti, bambini e donne: l'idolatria è stata recisa dalle loro labbra. Il loro errore e la loro follia sono in altre cose che è impossibile mettere per iscritto a causa dei rinnegati e degli apostati di Israele, ma sull'unità del Nome altissimo non hanno errore alcuno. (Responsum 448)
Maimonide non era cieco nei confronti degli errori e della follia dell'islam. Questo non doveva però mettere in ombra il monoteismo che professava. A chi avesse obiettato che sul piano del culto il monoteismo islamico fosse tutt'altro che cristallino, albergando elementi pagani che erano un retaggio inconfutabile della civiltà pre-islamica -- concentrati specialmente in quel che accadeva alla Mecca, intorno alla Ka'aba -- Maimonide opponeva a sua difesa l'intenzione pura del cuore e della mente dei credenti e dei pellegrini musulmani. È questa sua attitudine equilibrata e obiettiva, dovuta a una mancanza di odio e di rancore nei confronti di una realtà che personalmente egli conobbe anche in veste violenta e aggressiva, che il rabbino Kapah ha così celebrato: «lodare ciò che è lodevole, deprecare ciò che è deprecabile».31
Maimonide non fu il primo tra i maestri della tradizione ebraica a esprimersi sull'islam come religione monoteista, per quanto specialmente nei primi tempi proprio l'ignoranza su una tale novità religiosa portasse a volte alcuni di loro a esprimersi in senso contrario.32 Sicuramente, dopo Maimonide il consenso sulla natura monoteista dell'islam sarà praticamente acquisito, a cominciare dal figlio R. Abraham Maimuni, secondo il quale «i musulmani sono monoteisti che aborriscono l'idolatria».33
***
È nella Lettera allo Yemen che Maimonide polemizza apertamente con l'islam fanatico e aggressivo:
E voi, miei correligionari, sappiate che Dio (Allah) ci ha gettato in [mezzo a] questa nazione a causa dei nostri numerosi peccati, cioè la nazione ismaelita, la quale ci ha grandemente perseguitato e ha legiferato a nostro danno e ci ha odiato, come l'altissimo ci ha testimoniato: E i nostri nemici giudicheranno (Dt 32, 31). Mai una nazione si è mostrata più ostile di questa contro Israele, e mai ci fu chi esagerò a sottometterci, a umiliarci e a odiarci fortemente come quelli [...] Già ci siamo esercitati, grandi e piccoli, a patire della nostra sottomissione, come ha detto Isaia: Ho dato la mia schiena ai flagellatori, la mia guancia a quelli che mi strappavano la barba (Is 50, 6).
Di fatto, Maimonide non si è limitato in questo scritto a denunciare il fanatismo musulmano. Egli respinge anche con coraggio la rivendicazione dell'islam di essere superiore all'ebraismo e con essa la consueta accusa rivolta agli ebrei di avere falsificato le Scritture. Di più, neppure il profeta è stato risparmiato.34 Eppure, si osserva da più parti che persino in questo scritto così estremamente critico, la sua battaglia non sarebbe stata condotta contro l'islam come tale. «Anche in questo lavoro altamente polemico [...] egli non critica l'islam per se. Questo contrasta con il suo trattamento del cristianesimo. Sebbene Gesù, diversamente da Muhammad, mai avesse inteso fondare una nuova religione, il cristianesimo è tuttavia da considerare per Maimonide una forma di idolatria. Senza dubbio egli vede la sua dottrina della Trinità come un basilare compromesso del monoteismo richiesto a tutti, tanto ai gentili quanto agli ebrei. Questo non è il caso con l'Islam».35 A costituire l'islam e a metterlo su un gradino più alto del cristianesimo sarebbe in questo senso la sua posture filosofica dalla quale propriamente dipende lo stesso monoteismo.36 Ma a questo punto prende corpo la possibilità di una vera e propria dissonanza nella percezione dell'islam da parte di Maimonide. «È assolutamente possibile che la halakhah maimonidea veda in loro [musulmani] dei credenti monoteisti, ma al contempo che Maimonide li valuti come membri di una religione ostile, violenta e priva di freni morali, una religione stabilita da una figura manchevole, meritevole di ogni biasimo morale, edificata con contenuti superficiali e senza un valore reale».37 La prospettiva è interessante: infatti, non sarebbe ora la dottrina a essere problematica ma piuttosto la condotta dei seguaci di Muhammad e l'osservanza delle leggi morali fondamentali. Il che porrebbe di colpo la religione musulmana in difetto rispetto alla morale noachide.38
***
Per gli ebrei, la circoncisione è un atto che possiede un preciso significato religioso nel contesto dell'alleanza stabilita tra Dio e Israele. La circoncisione dei non-ebrei è di conseguenza richiesta solo in un cammino mirato alla loro conversione. Neppure per motivi medici potrebbe essere eseguita su di loro, seguendo il principio codificato che proibisce di salvare la vita a un idolatra.39 Ora, è proprio in questo contesto che Maimonide introduce una nota originale e sorprendente:
È permesso a Israele circoncidere un goj, se il goj vuole recidere e asportare il prepuzio, poiché [per] ogni precetto (mitzwah) che il goj compie, viene data a lui una ricompensa [...] solo se lo compie confessando la profezia di Mosè nostro maestro, attraverso il quale è Dio altissimo che lo comanda, e crede in questo [...] E ogni qualvolta venga a noi [un goj], che sia circonciso per amore della circoncisione (le-shem milah), anche quando rimanga nella sua gentilità. (Maimonide, responsum 148)
Maimonide sostiene la possibilità per un goj di essere circonciso, ma non in vista della circoncisione, bensì per ricevere la ricompensa prevista per l'osservanza di un precetto a cui non è affatto obbligato. La circoncisione non compare infatti nella lista dei precetti noachici. Neppure Maimonide la introduce tra quelli. Ma ne permette l'osservanza a quei gentili che si vogliono interessati a compiere il maggior numero possibile di precetti mosaici. Se Novak ha ragione, Maimonide ha mostrato ogni volta che ha potuto la sua preferenza per una concezione che non limita il goj alla stretta osservanza della legge noachide, ma lo proietta oltre lo statuto noachide, come ebreo potenziale.40
L'insufficienza del quadro noachide appare con chiarezza nel caso della pratica della circoncisione in rapporto all'islam. Una tale pratica non è circoscritta agli ebrei soltanto. La circoncisione praticata dagli stessi arabi in epoca pre-islamica è ben nota al Talmud.41 Nel Talmud si discute per questo motivo sulla necessità della «circoncisione simbolica» per chi fosse già stato circonciso prima ancora della sua conversione all'ebraismo.42 Maimonide sembra ora riconoscere alla pratica della circoncisione presso gli ismaeliti un valore religioso che la vincola alla stessa Torah di Israele e ai suoi insegnamenti.43
Egli scrive:
I nostri maestri hanno detto che i figli di Qetura, i quali sono la discendenza di Abramo venuta dopo Ismaele e Isacco, sono obbligati alla circoncisione. E poiché i figli di Ismaele si sono oggi mescolati tra i figli di Qetura, tutti loro sono obbligati a essere circoncisi l'ottavo giorno. (Maimonide, Hilkhot Melakhim 10, 8)
Qetura, sposa di Abramo succeduta a Sara, mise al mondo sei figli (Gn 25, 1-2). Quando ai figli di Qetura si mescolarono i figli di Ismaele anche a questi ultimi si estese l'obbligo della circoncisione. Proprio questa sua obbligatorietà le assegna ora un carattere e un significato indubbiamente religiosi. Ma in questo modo l'islam eccede per Maimonide il quadro degli obblighi noachici portandone la lista da sette a otto.44
***
Non avere accolto la Torah di Israele così com'è, nella sua forma, come invece hanno fatto i cristiani, ha delle conseguenze importanti sul piano della valutazione ebraica dell'islam. Secondo la stessa categorizzazione maimonidea, diventa infatti impossibile collocare un musulmano tra i «pii delle nazioni del mondo»:
Chiunque accolga i sette precetti e sia scrupoloso nella loro osservanza, questi è uno dei pii delle nazioni del mondo (chassidè ummot ha-'olam) e ha parte al mondo che viene. E questo quando li accolga e li osservi in quanto il Santo benedetto Egli sia li ha comandati nella Torah (ba-Torah), e tramite Mosè nostro maestro ci ha fatto sapere che i figli di Noè sono stati precedentemente obbligati a quelli. (Maimonide, Hilkhot Melakhim 8, 11)
Un autore moderno ha così commentato questo celebre e controverso passaggio: «A un figlio di Noè non basta accogliere i sette precetti e nemmeno basta per lui osservarli; a lui piuttosto di accoglierli perché sono stati comandati dall'Onnipotente. Ma se esaminiamo ancora meglio Maimonide, apprendiamo che anche questo non è sufficiente: non gli basta infatti accoglierli perché li ha comandati l'Eterno e non perché convinto che siano necessari e convenienti secondo l'intelletto umano; a lui invece di accoglierli e osservarli perché essi sono parte della Torah di Mosè».45 Per un musulmano, non sono certo normativi la Torah e Mosè, bensì il Corano e Muhammad. Nell'ebraismo non sono affatto mancati tra i maestri coloro che hanno anzi sottolineato e ribadito una vera e propria incompatibilità tra il consenso alla missione profetica di Muhammad, da una parte, e la validità della Torah mosaica, dall'altra.
Non può essere dunque l'islam a perfezionare uno statuto noachide che trova invece il suo massimo compimento nel riconoscimento del significato universale del Sinai.46 Di più. Secondo i parametri indicati dallo stesso Maimonide, l'islam è, e resta, una via interdetta ai gentili. «Non solo è impossibile per un musulmano essere un pio gentile, ma è persino proibito per un gentile seguire i dettami dell'islam. Egli [Maimonide] inequivocabilmente accetta il punto di vista talmudico per il quale ogni sistema religioso non ebraico è illecito e la sola alternativa per i gentili sono la conversione oppure l'osservanza delle sette leggi di Noè, la quale, per definizione, esclude ogni altro sistema religioso».47 Proprio quest'ultima ci sembra essere l'obiezione definitiva e vincente contro una pretesa ri-significazione noachide della religione musulmana. Maimonide ha compiutamente codificato un principiolimite che l'islam ha largamente trasceso.
Il testo è il seguente:
Il principio è: non si permette loro di creare una nuova religione (lechaddesh dat) e di farsi dei precetti di loro propria iniziativa, ma o si converte e accoglie tutti i precetti o si mantiene nella sua Torah senza aggiungere né diminuire. (Maimonide, Hilkhot MelaKhim 10, 9)
La Torah interdice la creazione di una nuova religione. L'alternativa per un gentile non può che essere la conversione all'ebraismo o l'osservanza noachide.48 Prima ancora di decidere se il culto musulmano o la credenza cristiana siano idolatrici o meno, oppure se i comportamenti degli uni e degli altri siano immorali o morali, a condannare tali esperienze religiose è insomma il fatto stesso che si siano strutturate entrambe come religioni.
Copyright © 2009 Raniero Fontana
Raniero Fontana. «L'universalismo noachide». Elaborare l'esperienza di Dio [in linea], Atti del Convegno, Parma 20-21 marzo 2009, disponibile su World Wide Web: , [43 KB].
Note
-
Cf. tAvodah Zarah 8,4-6. Testo
-
Cf. bSanhedrin 56ass. Testo
-
Sull'esperienza noachide moderna, si veda R. Fontana, Figli e figlie di Noè. Ebraismo e universalismo, Assisi 2009. Testo
-
La versione qui riportata è dovuta alla censura che ha sostituito «il primo giorno della settimana» (jom alef) a «cristiano» (notzrì). Testo
-
Fa eccezione un commento recente che vorrebbe intendere la glossa di Shmuel come una reductio ad absurdum, cioè un argomento usato per provare l'assurdità a cui condurrebbe l'opinione di Ishmael. Cf. Christine E. Hayes, Between Babylonian and Palestinian Talmuds. Accounting for Halakhic Difference in Selected Sugyot from Tractate Avodah zarah, New York - Oxford 1997, pp. 136-137. Testo
-
II,5. Testo
-
Si veda anche il suo commento a mAvodah Zarah 1,3. Testo
-
Cf. bAvodah Zarah 15a (tosafot: emur) Sul tasso di interesse applicato ai gentili, si veda bBaba Metzia 70b (tosafot: tashikh la sagi de-la hakhi). Testo
-
Cf. bAvodah Zarah 2a (tosafot: asur). Testo
-
Da Rashi, produttore egli stesso di vino, a Isserles. Per il primo, si veda: I. Elfenbein (ed.), Teshuvot Rashi, New York 1942, 171.173.175; per il secondo, si veda: Yoreh De'ah 123,1. Testo
-
Cf. Maimonide, Iggeret ha-Shemad. Testo
-
Cf. R. Fontana, "Noachismo. Un'indagine preliminare", in Cahiers Ratisbonne 3 (1997), pp. 80-116, in part. pp. 109-111. Testo
-
O di regioni altrettanto remote e periferiche ove i residui dell'idolatria si possono ancora annidare. Cf. Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Avozah Zarah 2a; 6b; 20; 57a. Testo
-
La letteratura talmudica non obbligava alla restituzione a un gentile di un oggetto perduto. Cf. bBaba Qamma 113b; bSanhedrin 76b. Testo
-
M. Halbertal, Between Torah and Wisdom. Rabbi Menachem ha-Meiri and the Maimonidean Halakhists in Provence, Jerusalem 2000, p. 97 [ebr.]. Testo
-
Cf. J. Katz, "Sovlanut datit be-shitato shel Rabbi Menachem HaMeiri ba-halakhah e ba-filosofiah", in Tzion 18 (1952/53), pp. 15-30 [ebr.]. Testo
-
Cf. Menachem HaMeiri, Bet ha-bechirah, Avodah Zarah 14b e 51b. Testo
-
Cf. J. Katz, op. cit., pp. 22-23. Dello stesso Katz si veda su R. Menachem HaMeiri l'ormai classico Exclusiveness and Tolerance. Jewish-Gentile Relations in Medieval and Modern Times, New York 1962, in part. pp. 114-128. Testo
-
M. Abraham, "Ha-im iesh avodah zarah ne'orà - al ha-yachas la-gojim ve-al shinuim ba-halakhah", in Aqdamot 19 (2007), p. 76 [ebr.]. Testo
-
Cf. Ib., pp. 81-83. Testo
-
Ib., p. 76. Testo
-
Cf. Ivi. Testo
-
Cf. Menachem Ha-Meiri, Bet ha-bechirah, Baba Qamma 26a; 37b; Sanhedrin 57a. Testo
-
Cf. Tosefta, Avodah Zarah 8,5. Testo
-
Cf. L. Jacobs, "Attitudes towards Christianity", in Ze'ev W. Falk (ed.), Gevuroth HaRomah. Jewish Studies offered at the eightieth birthday of Rabbi Moses Cyrus Weiler, Jerusalem 1987, pp. xvii-xxxi. Testo
-
Ib., p. xxiii. Testo
-
Ib., p. xxiv. Testo
-
M. Halbertal - A. Margalit, Idolatry, Cambridge (Massachusetts) London (England), 1992, p. 80. Testo
-
Cf. J. Blidstein, "Ma'amad ha-islam ba-halakhah ha-maimonit", in M. Mautner - A. Sagi - R. Sha (eds.), Multiculturalism in a Democratic and Jewish State, Tel Aviv 1998, pp. 465-476, in part. pp. 466-468 [ebr.]. Testo
-
Cf. Maimonide, Hilkhot Ma'akhalot Asurot 11,7; e inoltre si veda il suo responsum 269. Testo
-
J. Kapah, "Ha-islam we-ha-iachas la-muslemim be-mishnat ha-Rambam", in Mahanaim 1 (1992), p. 21 [ebr.]. Testo
-
Cf. Marc B. Shapiro, "Islam and the Halakhah", in Judaism 42/3 (1993), pp. 332-343. E inoltre: A. Hacohen, "Dat ha-islam we-ma'amineah - hebetim hilkhatiim we-mishpatiim", in Mahanaim 1 (1992), pp. 34-51 [ebr.]. Testo
-
Cit. in Gerson D. Cohen, "The Soteriology of R. Abraham Maimuni", in Proceedings of the American Academy of Jewish Research 35 (1967), p. 85 nota 26. Testo
-
Maometto è più volte detto folle. Testo
-
Cf. D. Novak, "The Treatment of Islam and Muslims in the Legal Writings of Maimonides", in William H. Brinner - Stephen D. Ricks (eds.), Studies in Islamic and Judaic Traditions, Atlanta 1986, p. 235. Testo
-
Cf. Ib., pp. 244-246. Il monoteismo dipenderebbe dai mezzi filosofici e non dalla rivelazione storica e dalle sue fonti letterarie. Queste non ne sono la conditio sine qua non. Per Novak, proprio questo potrebbe spiegare il perché Maimonide abbia considerato idolatri i cristiani nonostante abbiano accolto il testo biblico senza modificarne la forma, e non i musulmani che lo hanno invece stravolto e reso pressoché irriconoscibile. I primi sono idolatri, i secondi sono ladri. Si veda il responsum 149 di Maimonide. Testo
-
J. Blidstein, op. cit., p. 466. Testo
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Sul piano dell'attualità, l'insubordinazione violenta dei palestinesi e il loro aperto rigetto della sovranità dello Stato di Israele sono fattori in grado di modificare drammaticamente il loro statuto giuridico dal punto di vista della Torah. In tempo di Intifada, per esempio, non sono mancati i rabbini che hanno invocato la revoca dello statuto halakhico che autorizza gli arabi palestinesi a restare nel paese, cioè lo statuto di gerim toshavim. Testo
-
Avodah zarah è un'offesa così grave che non si deve salvare la vita di un idolatra, tanto più quando questo comporti la dissacrazione del sabato, e nei giorni feriali «lo si cala in un pozzo e non lo si fa risalire». Testo
-
Cf. Novak, op. cit., pp. 237-238 e p. 242. Testo
-
Cf. bShabbat 135a. Testo
-
Ivi. Testo
-
Tanto più che il Corano non la prescrive. Cf. D. S. Margaliouth, "Circumcision", in J. Hastings (ed.), Encyclopedia of Religion and Ethics, vol. 3, New York 1951, pp. 677-679. Testo
-
La circoncisione mai figura nelle liste esplicative dei precetti canonici dovute a Rav Shmuel ben Chofni, Menachem Azaria di Fano, come pure ad autori recenti. Cf. R. Fontana, "I precetti di Noè", in Bibbia e Oriente 2/212 (2002), pp. 65-87. Testo
-
A. Kirschenbaum, "'Ha-berit' im Benè Noach mul ha-berit ba-Sinai", in Dinè Israel 6 (1975), p. 47 [ebr.]. Testo
-
Cf. R. Fontana, Sinaitica. Ebrei e gentili tra teologia e storia, Firenze 2006, in part. pp. 43-80. Testo
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Marc B. Shapiro, op. cit., p. 336. Ha ragione Shapiro quando accenna al fatto che Novak avrebbe trascurato la portata di questa interdizione di innovare in materia di religione nella sua valutazione del pensiero di Maimonide in rapporto all'islam. Testo
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Ricordiamo che è permesso a un noachide osservare altri precetti oltre ai sette ai quali è tenuto, solo se lo vuole e non perché obbligato. Testo
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